Cookie Policy Conversazioni con Dio • Luca Stel

Conversare con Dio o con dio?

Conversazioni con Dio

Il discorso su e con dio. Un libro, un perché

Sto leggendo un libro che mi sta dando una nuova visione sulle religioni nonostante la sua lettura sia ancora agli albori e sinceramente non posso dire di credere nella divinità, in Dio. Personalmente a me, che ho sempre creduto che la religione cattolica, quanto le altre, fosse una “perdita di tempo” nel senso che purtroppo o per fortuna, non riesco ad avere fede, sorprende che questo argomento mi abbia toccato a tal punto da scrivervi un articolo.
La riflessione che seguirà non desidero sia lunga, analitica e pesante quindi desiderei limitarmi agli aspetti più generali, rendendo sufficientemente chiaro un argomento impegnativo come quello scelto.
Parlando del libro in questione, della concezione di dio che ne nasce, c’è un punto che mi ha dato molto da pensare in merito alla concezione dualistica con cui solitamente affrontiamo la realtà: “Tutte le azioni umane sono motivate al loro livello più profondo da uno o due sentimenti: la paura o l’amore. In effetti sono soltanto due sentimenti. Solo due parole nel linguaggio dell’anima”. Prendendo per vero questo assunto appare come una naturale prosecuzione la visione dualistica che governa il nostro vivere.
Siccome la trattazione di questo punto potrebbe rubare molto spazio/tempo ho deciso di affrontarla in quest’altro articolo “Sulla visione dualistica della realtà“. 

Al di là di quello appena evidenziato, ho trovato nel testo anche un nuovo spunto molto interessante da approfondire. Questo entra in gioco quando si parla dell’esistenza di Dio (o di qualsivoglia entità in cui si crede), delle sue spiegazioni e delle sue conseguenze logiche.
Questo ragionamento, seppur pregno di implicazioni religiose, ho provato ad astrarlo da una dimensione puramente osservante e lo posso valutare come un modus operandi molto interessante. Guardare alla realtà in questi termini, mi ha poi permesso di comprendere come e soprattutto quanto, le relazioni parentali influiscano in modo deciso sulla nostra interpretazione e sul come dovrebbe funzionare la realtà dal nostro punto di vista.

L’esistenza del divino. Esiste un dio?

Per verificare la sua propria stessa esistenza il divino, dio, ha voluto/dovuto fare esperienza di se stesso perché “…sapere qualcosa e sperimentarla, è diverso. Lo spirito anela a conoscersi per mezzo dell’esperienza”. La domanda fondamentale, a questo punto, è quindi: come fare l’esperienza necessaria essendo “Tutto Quello Che Esiste”

La deità ha quindi creato il concetto di relatività, si è scissa in sottoinsiemi in modo che ognuno avesse esperienza relativa di sé attraverso il confronto col diverso da sé. In questo momento rientra con forza la visione dualistica puramente umana attraverso la quale viviamo ed esperiamo. 

“L’unica cosa di cui Tutto Quello Che Esiste aveva conoscenza era che non esisteva nient’altro. … scelse di conoscere se stesso attraverso l’esperienza. …  scelse di sperimentare se stesso come l’estrema magnificenza quale era … E perciò Tutto Quello Che Esiste si divise diventando, in un istante glorioso, quello che è questo e quello che è quello. Per la prima volta questo e quello esistevano, del tutto separatamente uno dall’altro … in modo simultaneo”.

Che poi. Chi ci ha detto che l’assunto di questa frase: “…sapere qualcosa e sperimentarla, è diverso. Lo spirito anela a conoscersi per mezzo dell’esperienza” è certamente vero? Può anche essere che per una divinità la conoscenza saputa e non esperita sia sufficiente e più completa oppure che l’esperienza non necessiti obbligatoriamente di una dimensione fisica. Non conosciamo il modo di apprendere di dio e neppure possiamo ambire a farlo.

Dalla divisione di dio all’essere della stessa sua sostanza

Scindendosi la divinità ha poi creato i suoi figli, gli spiriti destinati ad essere incarnati in noi uomini perché, nella dimensione fisica, l’esperienza era possibile. Questo fatto rende però evidente che noi tutti siamo dèi o perlomeno siamo parte della divinità originale.

“Significa che la nostra essenza è la stessa. Siamo fatti della stessa sostanza. Noi SIAMO la stessa sostanza!” Con tutte le stesse proprietà e capacità, compresa quella di creare realtà fisiche dal nulla” nel testo di Neale Donald Walsch. 

Questa parte della creazione mi ha ulteriormente convinto della positività della mia tendenza nel definirmi dio (con la d minuscola) nel senso che sento in me la divinità che scorre e, anche se non so ancora come, sento anche la capacità di originare dal nulla realtà fisiche; approfondirò questo tema parlandone anche in “Sentirsi divini pur restando uomini”.

Le relazioni parentali, la loro influenza, il futuro

Tutti consideriamo sempre l’importanza che rivestono i genitori e la loro influenza nella nostra esistenza. Dal testo di Neale Donald Walsch ho però trovato l’ennesimo spunto interessante che si riferisce a questo fatto: “Ma non sapete chi siete, e vi considerate molto più scadenti … E da dove vi viene la convinzione di essere fino a tal punto meno meravigliosi di quello che siete? Dalle uniche persone in cui credete più che in ogni altro. Da vostra madre e da vostro padre.  Sono loro ad amarvi e ad avervi amato più di tutti. Perché dovrebbero mentirvi? Eppure non vi hanno rimproverato in qualche momento della vostra più grande esuberanza? E non vi hanno incoraggiato a mettere da parte qualcuna delle vostre più sfrenate fantasie? … Sono stati i vostri genitori a insegnarvi come l’amore soggiaccia a delle condizioni, avete subìto le loro, molte a volte, e questa è l’esperienza che portate nei vostri rapporti affettivi. … Avete proiettato il ruolo di genitore su Dio, e siete quindi arrivati a concepire un Dio giudicante che premia o punisce, basandosi su come egli apprezzi la conclusione a cui siete arrivati. Ma si tratta di un modo di vedere semplicistico circa Dio, fondato sulla vostra esperienza personale. Ciò non ha niente a che fare con quello che io sono.”

Questa citazione apre notevoli possibili discussioni:

  • Il mio primo istinto è quello di continuare a parlare della finitezza e fallibilità dell’essere umano richiamando anche a sostegno della mia tesi l’exploit che Dio stesso ha fatto: “Ciò non ha niente a che fare con quello che io sono” che in pratica ci sta certificando che il nostro errore sta già nelle fondamenta stesse del castello del nostro pensare.
    Questo anche se devo ammettere che sto imparando ad accettare di buon grado la mia imperfezione e l’impossibilità di raggiungere il suo contrario però ancora non riesco ad arrendermi totalmente a questa consapevolezza.
  • Dopo aver ancora una volta affrontato il tema della  finitezza dell’uomo, passerei a considerare la centralità che la nostra educazione e, con essa, dei nostri genitori, hanno sulla nostra formazione  e concezione dell’altro da noi. Secondo me, nonostante gli indubitabili aspetti positivi che porta con sé, la nostra educazione così smaccatamente figlia dell’indissolubile connubio tra vita sociale e religiosa, porta con sé una rigidità mentale che non ci permette di vedere la nostra deità; figuriamoci di accettarla.
  • La nostra educazione filo-cristiana ci ha imposto un modello di “Dio giudicante che premia o punisce  Ma si tratta di un modo di vedere semplicistico circa Dio, fondato sulla vostra esperienza personale. Ciò non ha niente a che fare con ciò che io sono”. Io dedicherei del tempo alla riflessione su questo punto; mi chiederei se non stiamo sbagliando tutto in realtà. Se non partiamo da dei presupposti decisamente errati e se non giungiamo a delle conclusioni che possono essere ancora più sbagliate della partenza stessa.

    Tra questi possibili sviluppi, quali ti piacerebbe approfondire?

 

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  1. ATTO CREATIVO • Luca Stel - […] quando ho letto l’articolo di Luca “conversazioni con dioho pensato all’atto creativo, non a […]

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