Quatto chiacchiere a caso …? – Lucia B • Luca Stel

Un Viaggio di Scoperta Personale

Quattro Chiacchiere a Caso - Lucia B

Il significato dell’attesa

Ci sono incontri che arrivano dopo essere stati nominati a lungo.
La causa non va ricercata nella mancanza di desiderio ma nell’assenza della possibilità concreta di stare nello stesso spazio, insieme.

Quindi, quando Lucia entra in gioco, non c’è bisogno di rompere il ghiaccio. Il ghiaccio, già non c’è più. Al suo posto, una sensazione di continuità, come se qualcosa stesse già accadendo prima ancora che la prima domanda venga pronunciata.

Non è il caso a creare l’evento, è la presenza (di entrambi) che lo rende possibile.

Dopo il VIDEO troverete l’intervista!

Incontro con l'Intervistato

Lucia B

Ho aspettato Lucia a lungo. L’avevo incontrata solo per riflesso, attraverso parole e assenze, e forse anche per questo, quando finalmente è arrivato il momento, ho avuto la sensazione rara di essere nel posto giusto al tempo giusto, e ora so di essere stato profondamente fortunato ad aver potuto finalmente stare con lei.

Domande e Risposte

Un Tuffo nelle Esperienze e nella Personalità di Lucia

In questa sezione, dopo l’inserimento della prima “chiacchiera” sempre uguale per tutti, ci immergiamo nelle tre domande chiave che guidano la nostra discussione. Ogni risposta ci avvicina a una comprensione più profonda dell’ospite e del suo mondo interiore, offrendo spunti di riflessione per tutti noi.

Siamo ancora al Viva Viva, a Cervia per il capodanno 2025. Oggi avremo il piacere di ospitare una nuova intervista con una persona che, all’interno dell’organizzazione, conta abbastanza. O che almeno ne è parte piena! Un’intervista fatta con una persona che da molto aspettavo di conoscere del vivo e che mi ha regalato bellissime sensazioni.

Prima chiacchiera

“Cosa dovrei conoscere di te per farti sentire a tuo agio quando ci relazioniamo?”

Lucia risponde senza preparare il terreno. La prima parola arriva quasi di getto. Dice di essere pigra.

La parola resta sospesa per un attimo, poi viene riformulata. Non è pigrizia come mancanza di energia. È piuttosto una forma di selezione.

Fa quello che vuole fare.

Quando le viene chiesto se, quindi, essere lì adesso è una scelta, la risposta è immediata.
Sì. Ed è altrettanto chiaro che portarla a fare qualcosa che non vuole è estremamente difficile.

C’è una frase che torna, con forza semplice: se fa una cosa, è perché le va al cento per cento.

Attorno a questa posizione si muovono altri elementi. Le piace ridere e le piace far ridere. Ce lo ha dimostrato con delle super attività incentrate sul gioco che hanno saputo mostrarlo come utile per comprendersi e comprendere l’altro, non solo come “passatempo”. Poi, le piace giocare ma soprattutto, le piace far giocare gli altri.
Per lei il gioco non è solo qualcosa da vivere, ma qualcosa di cui prendersi cura ed infatti è una “custode del gioco”.

Poi il tono cambia leggermente. Dice che ha bisogno di gentilezza ma lo dice senza caricarlo di spiegazioni. Forse questo è un altro punto importante, ma che non ha voluto approfondire.

Subito dopo aggiunge che le piace ballare. La frase resta lì, senza essere ripresa.

Seconda chiacchiera

“Improvvisamente ti svegli dopo un lungo sonno e l’ansia non c’è più.”

Il numero della domanda viene notato, quasi per scherzo, è il 118 ma la risposta non segue il gioco.

Lucia dice che l’ansia, in realtà, non ce l’ha. Fa una distinzione netta. Le preoccupazioni sì. L’ansia no.

Quando immagina cosa farebbe in una condizione così descritta, non resta ferma. La risposta prende subito forma, come se dentro di lei questa non fosse solo un’ipotesi futuribile ma ciò che certamente le capiterà.

Il suo futuro è per lei molto chiaro, senza preoccupazioni vede un viaggio. Un viaggio lungo. On the road, di quelli che si fanno senza soldi. Sogna i viaggi di prima, quelli fatti prima di diventare madre ma che a breve potrà comunque affrontare con suo figlio. Sogna la provenza e i balli provenzali, sogna viaggi avventurosi, senza una struttura rigida.

Mentre ne parla, non sembra doverli costruire con l’immaginazione. Sono già lì. Sa dove andrebbe, come, per quanto tempo.

Quando la conversazione si sposta sul riconoscimento esterno, la risposta non è né difensiva né idealizzata. Lucia dice che non è indispensabile per l’autostima. Ma riconosce che può avere un peso.

Da soli ci si può guardare, ma a volte serve anche uno sguardo esterno. Questo sguardo, se non si è forti in sé però può diventare dannoso perché al contempo può sostenere ma può anche far cadere.

Terza chiacchiera

“Qual è stata la tua più grande conquista personale finora?”

La risposta parte dalla maternità. Essere madre di un bambino di dodici anni. Essere stata madre single. Le difficoltà non vengono elencate. Restano implicite.

Poi la conquista si sposta su un altro piano. Il lavoro.

“Fare oggi il lavoro che ho sempre desiderato fare”, questo è il successo più evidente per lei. Continuare, nonostante per molto tempo una voce interna le dicesse di chiudere, di mollare, di lasciar perdere.

Ora la situazione è diversa, una dimensione è stata trovata, una stabilità economica è stata raggiunta. E c’è la possibilità di continuare a fare ciò che ama: insegnare il gioco, e ciò che il gioco può insegnare agli adulti e alle organizzazioni.

Lucia dice che questa consapevolezza non è costante. Ci sono momenti in cui viene investita da tutto insieme, al punto da piangere di felicità.
In quei momenti emerge la gratitudine. Verso se stessa, per non aver mollato ma anche verso ciò che la vita le ha portato.

Quarta chiacchiera

La domanda riguarda la consapevolezza nei momenti di stress. Lucia racconta una pratica che sta portando avanti di recente.
Scrivere ogni sera le cose positive della giornata.

Non la presenta come una tecnica risolutiva ma piuttosto come un’abitudine che rafforza ciò che già c’è.

Poi il discorso si sposta sul dolore. E il tono cambia.

Dice che nel dolore bisogna starci. Non evitarlo. Non scappare. I mostri, dice, non sono fuori. Sono dentro.

Questo stare nel dolore non significa restare soli. Lucia parla della propria rete. Degli amici. Quando è nel pozzo, li chiama. Chiedere aiuto non viene vissuto come una mancanza, ma come una possibilità concreta.

Saper stare, dare forma a ciò che contieni

Alla fine di questa intervista non resta una risposta da tenere stretta. Resta piuttosto un modo di stare, che non si annuncia, non si difende, non si giustifica, semplicemente è.

Stare quando le cose scorrono bene, senza anticipare la caduta. Stare quando fanno male, senza cercare subito un colpevole o una via d’uscita. La soluzione che, forse inconsciamente ci mostra Lucia, è ricercare la capacità di stare, stare e basta, senza dover dimostrare nulla a nessuno.

In questo stare prende forma qualcosa che non chiede di essere risolto, qualcosa che personalmente sento molto pressante. Un movimento che non ha bisogno di ansia per esistere, una fiducia che non esclude le preoccupazioni ma non si lascia governare da esse.

Dare rigore e forma al nostro essere interiore non significa renderlo ordinato, ordinario. Significa permettergli di esistere, di essere visto, di essere nominato o di non essere interpellato, quando non serve più.

Il caso ha messo le domande sul tavolo. Le risposte non hanno cercato di chiuderle.

Resta una presenza che sa scegliere, che sa chiedere aiuto, che sa attraversare il dolore senza spostarlo altrove, che sa riconoscere il bello quando arriva, anche solo a momenti. Forse è questo che rimane. Non una direzione da seguire, ma una postura possibile, da usare solo quando serve, senza farne una bandiera.

Da questa intervista è questo che io mi porto a casa. Spero che anche tu possa aver trovato nelle parole e nei pensieri di Lucia un frammento della tua verità.

 

Scelta – Presenza – Gentilezza: parole che emergono dal campo, non etichette narrative

Lucia ci ha accompagnati in un attraversamento fatto di scelta e presenza, in cui le cose non vengono forzate ma lasciate accadere con onestà. Nel suo modo di parlare del gioco, del viaggio, del dolore e del chiedere aiuto, emerge una postura che non ha bisogno di ansia né di controllo per reggere, ma che si fonda sulla capacità di stare, di scegliere ciò che davvero le appartiene e di riconoscere quando è il momento di affidarsi. Resta l’impressione che la forza, per Lucia, non nasca dall’urgenza di spiegare o di chiudere, ma da una fedeltà gentile a ciò che sente, anche quando questo richiede lentezza, esposizione e fiducia nel tempo.

Grazie Lucia per esserti regalata nella tua interezza e anche per aver fortemente voluto essere qui, con me, con noi. Ascoltarti è stato un piacere ma anche una fortuna. Sono felice di essere finalmente riuscito a conoscerci.

Alla fine resta un’immagine. Stare. Senza agitarsi come un animale in trappola. Stare anche quando è difficile.

Grazie a voi, cari lettori, per averci seguito in questa avventura. Vi invitiamo a rimanere sintonizzati per la prossima puntata di ‘Quattro chiacchiere a caso…’, dove continueremo a esplorare nuove storie e idee. Alla prossima!