Un Viaggio di Scoperta Personale
Quattro Chiacchiere a Caso - Michele P
Michele P, “Custode del gioco”, e il modo in cui una domanda apre una stanza
C’è un dettaglio che, se lo prendi sul serio, ti rovina per sempre la possibilità di fare interviste “tanto per”.
Sulla maglietta di Michele c’è scritto “Custode del gioco”. Non “giocatore”, non “uno che scherza”. Custode. Uno che protegge qualcosa, e lo protegge perché sa che senza quella cosa la vita diventa una lista di cose da fare, poi da disfare, poi da rimpiangere.
Dopo il VIDEO troverete l’intervista!
Incontro con l'Intervistato
Michele P
Michele P è un custode del gioco: non di quello che serve a distrarsi, ma di quello che permette di restare presenti, attraversare la fragilità senza negarla e trasformare la connessione in uno spazio dove il desiderio non consuma, ma costruisce.
Domande e Risposte
Un Tuffo nelle Esperienze e nella Personalità di Michele
In questa sezione, dopo l’inserimento della prima “chiacchiera” sempre uguale per tutti, ci immergiamo nelle tre domande chiave che guidano la nostra discussione. Ogni risposta ci avvicina a una comprensione più profonda dell’ospite e del suo mondo interiore, offrendo spunti di riflessione per tutti noi.
Siamo al Viva Viva, a Cervia. Il tono è semplice, familiare, quasi da “ci vediamo al bar”. E proprio per questo è pericoloso, perché quando ti senti al sicuro dici verità che non avevi pianificato.
Io, qui, ho fatto molte cose, mi sono espresso, ho testato il disagio ma soprattutto ho svolto uno dei pochi “lavori” che per me contano. Conoscere le persone: osservare cosa nasce tra una domanda e una risposta, più che giudicare le risposte. Perché in mezzo, in quello spazio minuscolo, spesso c’è la parte viva.
Prima chiacchiera delle quattro, la domanda-soglia, quella uguale per tutti
“Cosa dovrei conoscere di te per farti sentire a tuo agio quando ti relazioni con me?”
Michele mette subito due coordinate, che sono già una dichiarazione di poetica: gioco ed emozioni. Per lui conta l’equilibrio, il “come stai anche tu”, non solo il proprio stare. Gli interessa una relazione che non sia un monologo travestito da dialogo. Poi sposta il gioco dal bambino all’adulto, senza forzature: il gioco entra nel lavoro, nelle organizzazioni, nei workshop, come facilitatore, come modo di rendere l’esperienza viva.
Qui succede una cosa semplice e decisiva: si definisce la cornice. “Gioco” non è un contenuto, è una grammatica. È come dire, senza dirlo: se la cornice è seria, io mi irrigidisco, se la cornice è giocosa, io mi muovo, e quando mi muovo divento vero.
E già qui il “caso” comincia a perdere credibilità, perché il campo si sta preparando.
Seconda chiacchiera delle quattro, fragilità come evento reale
Domanda
“Dimmi un momento in cui ti sei sentito fragile, cosa te l’ha fatto pensare?”
Michele porta un fatto netto: la diagnosi di tumore della madre. Dice che lo ha messo in contatto con la morte, con il pensiero della morte, con la possibilità della perdita, e insieme con la necessità di rivalutare la propria vita. Racconta che ha rallentato, si è ascoltato di più, ha diminuito le cose da fare. E aggiunge un passaggio che pesa: di solito è lui quello che aiuta, sostiene, porta energia, ma in quel momento è riuscito a farsi aiutare, a chiedere supporto.
Se dovessi dirla in modo chiaro, autentico: quando smetti di reggere tutto da solo, non stai cedendo, stai cambiando struttura. E certe strutture, quando cambiano, ti salvano. Per questo motivo la frase “chiedere aiuto non è segno di debolezza ma di forza” e aggiungo di consapevolezza di sé, dei propri limiti sembra da baci perugina ma nasconde dentro sé una forza quasi decisiva. Nonostante questo, solo chi ha toccato con le proprie mani la difficoltà ma anche l’importanza del saper chiedere è in grado di vivere questa frase come autentica.
Una domanda semplice, nata dall’ascolto attivo utilizzato da Luca
“Cosa vuol dire per te essere fragile? Cosa significa fragilità?”
Michele risponde da un luogo esperienziale e anche professionale: lavora con una cooperativa sociale legata alla disabilità mentale e porta una frase che fa da ponte, la fragilità è uno stato umano comune, chi ha una fragilità certificata la vive più amplificata, ma il territorio è condiviso.
Poi la descrive come quei momenti in cui perdi la rotta, hai emozioni forti, non sai bene qual è la tua rete di supporto, e quindi ti lasci andare. E aggiunge la parte “politica”, quella che unisce: se non ci isoliamo, la fragilità permette di connetterci di più, creare comunità, chiedere aiuto, e perfino scoprire parti straordinarie di noi.
Michele è capace di offrirci una doppia, superba visione della fragilità sia come terreno condiviso che può unire sia come spazio entro cui riuscire a scoprire i nostri “superpoteri”.
Da queste parole, da questa sua modalità ho potuto realmente osservare lìessenza che anima Michele. Questa risposta ha un’eleganza rara, perché non fa la morale, fa spazio. La fragilità non è un difetto da correggere, è un luogo che ti costringe a diventare più vero, o a diventare più cinico, e qui la scelta si vede.
E Michele sceglie la strada difficile, quella che chiede una rete, non un’armatura.
Terza chiacchiera delle quattro, la traccia lasciata dagli altri
“Dimmi, una persona che ha lasciato un segno bello nella tua vita, perché lo ha lasciato?”
Michele fa un nome, Lucia, e la descrive come co-autrice di vita: manifesto del gioco, workshop, gioco condiviso, un libro (“Hai un minuto”). Si sentono settimanalmente anche vivendo in città diverse. La bellezza sta nel supporto nei momenti di fragilità, nella fratellanza profonda, e soprattutto nella capacità di co-creare.
Racconta anche una dinamica tipica delle amicizie vere: possono passare mesi senza sentirsi, ma quando si ritrovano, dopo venti minuti hanno già una data, un progetto, un evento, come se il filo non si fosse mai spezzato.
Questo è un punto nel quale mi sono sentito davvero vicino ed affine a Michele, anche io ho avuto la fortuna di esperire una relazione simile.
Ho notato anche un altro punto focale della questione, qui il segno non è “mi ha capito”, è “con lei creo”. Non è carezza, è futuro.
E in un mondo dove la gente confonde intimità con confidenza, questa cosa è quasi rivoluzionaria: l’incontro vero non ti intrattiene, ti mette in moto.
Quarta chiacchiera delle quattro, il territorio delicato che svela più di quanto prometta
“Hai particolari feticismi? Ti va di parlarne? Oppure ti va di dirmi la tua opinione su di essi? Ad esempio, cosa consideri un feticismo e perché?”
Michele prima definisce: un feticismo è una passione spesso legata alla sfera sessuale e che eccita, cita esempi comuni (piedi, mutandine). Poi si posiziona: non sente di avere particolari feticismi, però dice che gli piacciono le cose molto tenere, il “cute”, il “kawaii”, e che negli ultimi anni ha scoperto una sessualità molto legata alla connessione emotiva, non solo alla dimensione fisica o pornografica. Nomina il termine “demisessuale” come descrizione di quell’attrazione che nasce quando c’è legame.
Questa è una domanda che sembra “spicy”, e invece è una domanda filosofica travestita: che cos’è desiderio, quando lo togli dall’automatismo?
E la cosa interessante è che Michele resta coerente con tutto ciò che ha detto prima: non cerca eccitazione come fuga, cerca connessione come costruzione. È la stessa grammatica, solo applicata a un territorio più nudo.
Dal gioco alla scelta: perché il caso non regge
Questa intervista è molto curiosa, mi ha offerto più spunti di analisi sui quali soffermarmi
Primariamente concorre a screditare l’esistenza del caso. Infatti se guardi la sequenza, vedi un disegno: cornice → gioco → fragilità → legame → desiderio.
Prima si definisce lo spazio (“come stiamo insieme”), poi l’origine simbolica (il gioco), poi l’evento che rompe (la diagnosi), poi la risorsa relazionale (Lucia e la co-creazione), e infine la forma più intima della connessione (sessualità come legame).
Non è magia, è pattern: quando un campo è pronto a raccontarsi, emergono le domande che tengono insieme le parti.
In secondo luogo mostra come l’importante non è tanto quali sono le domande che capitano ma come si risponda a queste. Michele lo ha scelto con consapevolezza, poteva fare il brillante, poteva stare leggero, poteva vendere un personaggio. Invece ha portato madre, paura, rallentamento, richiesta di aiuto, comunità, tenerezza, connessione.
Quando una persona risponde così, il caso perde forza, perché lì dentro c’è responsabilità, e la responsabilità non è casuale, è una scelta.
Gioco, fragilità e connessione reale: la trasformazione secondo Michele
Michele ci ha accompagnati in un attraversamento fatto di gioco, fragilità e connessione reale, mostrando che il gioco non è evasione, ma una postura profonda con cui abitare la vita. Con la sua presenza gentile e il suo modo onesto di esporsi, ha ricordato che la forza non nasce dal controllo, ma dalla capacità di chiedere aiuto, di creare insieme e di restare fedeli a ciò che ci muove davvero. E che è proprio lì, nel legame, nella creatività e anche nella sessualità vissuta come incontro, che il desiderio smette di consumare e inizia a costruire.
